Gli 80 anni di Silvio Craia - Associazione Peschi

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Gli 80 anni di Silvio Craia


Festeggiato Silvio Craia nel suo 80° compleanno
Martedì 28 febbraio artisti ed amici si sono stretti attorno a Silvio Craia
per festeggiare i suoi 80 anni di vita e 60  di intensa attività artistica

di Lucio Del Gobbo

Ottant’anni: data indubbiamente importante, di bilanci e di debite riflessioni. Ma ugualmente rilevante per un artista come Craia è la durata della professione artistica:  sin qui, se non sbaglio i conti, più di sessant’anni, includendo il periodo scolastico alla Scuola d’Arte. Periodo anch’esso notevole, peraltro in atto, essendo i crismi ricevuti tuttora presenti nel suo fare, che dimostra l’entità e la coerenza di militanza e vocazione.

Per quanto mi riguarda, cioè a dire per quanto riguarda la nostra amicizia (com’è difficile definire i confini temporali ed umani di un’amicizia!), c’è una mostra che ne certifica l’inizio, si intitolava Al di là dell’oggetto – Esperienze astratto-informali negli anni Cinquanta e Sessanta Marche e Umbria. Per Macerata si tenne nella Chiesa di San Paolo dal 8-31 ottobre 1988 (quasi trent’anni ormai!). Craia, coinvolto nell’iniziativa come artista e come organizzatore, reduce da un periodo di intensa collaborazione con il critico Elverio Maurizi (periodo d’oro per l’arte contemporanea a Macerata), venutogli a mancare l’amico, cercava collaborazioni a livello critico. Volle favorire il mio coinvolgimento chiedendomi per il catalogo di quella mostra un breve testo su Sante Monachesi. Compito che svolsi con molto impaccio e non senza soggezione nei confronti delle autorevoli personalità impegnate per quella  rassegna che fu itinerante tra Marche e Umbria. Da lì iniziò una cooperazione che, se non esclusiva, oso definire per me importante e straordinaria, forse da non paragonarsi ad altre. Una vicinanza che mi ha consentito di entrare nel mondo di Craia, e di poter fare delle considerazioni che spiegano, credo in modo equanime, sia il personaggio e sia l’artista. Craia ha avuto da Zoren (nome d’arte di Renzo Ghiozzi)  e dall’architetto Marone Marcelletti, rispettivamente preside e insegnante alla Scuola d’Arte, già ai tempi della sua frequentazione dei corsi, un battesimo di modernità. E sin da lì ha sempre guardato all’attualità dell’arte con esemplare tempismo e tempestività (ormai famosa la frase che da sempre ha tenuto ad inserire nelle sue biografie, riferita alla “guida di quei maestri che gli hanno dato l'impulso ad operare in maniera svelta e sponta¬nea”. Tale maniera “svelta e spontanea” ha orientato anche i tempi realizzativi delle sue opere. Tempi brevissimi, adatti ad assecondare un’emozione estemporanea fulmineamente avvertita. Craia non si dilunga mai nei suoi lavori, e direi, che non si cura di considerarne  i criteri formativi, se non in modo inconscio. Non ama parlarne, forse perché alle teorie preferisce sempre e comunque la pratica del fare. A volte manifesta una noncuranza per le opere stesse, quasi non fossero sue. Perché? Perché per lui non è tanto importate il “già fatto” quanto il “da fare”. Nella sua filosofia c’è sì il presente, a cui è comunque attentissimo, ma soprattutto domina l’idea di un futuro prossimo, appunto il “da fare”. Quando lo incontri ha sempre da riferirti,  - spesso coinvolgendoti – le cento iniziative che ha in agenda. Dico cento, e forse non è un’esagerazione! Poi accade, che le opere che realizza per alcune esposizioni che si svolgono in spazi aperti, a conclusione della vernice, non si preoccupa neppure di recuperarle, lasciandole ad altri che si dimostrano interessati ad averle (naturalmente in regalo) oppure “offrendole” alle intemperie per una lenta consunzione: è il suo modo di celebrare gli eventi “sacrificandoli in una quasi liturgia”. In conseguenza di ciò non si può omettere un’altra considerazione essenziale: Craia si nega quasi a un mercato; dimostra di disdegnare alcune regole che a suo avviso sono degradanti in termini di autenticità. Fa in modo insomma che l’arte, per ciò che lo riguarda, non sia un’operazione speculativa in senso economico-finanziario. Questo per un verso lo danneggia, ma per un altro verso ne certifica la purezza di vocazione. Io l’ho sempre apprezzato, anche se spesso, a suo vantaggio, mi sono permesso di dargli consigli opposti, per il suo bene, naturalmente, e in virtù della grande confidenza che c’è tra noi. Ma non c’è stato riscontro.

A proposito di attualità, modernità e partecipazione: è quasi impossibile tener dietro a tutte le iniziative che anima con la sua arte. Una volta mi è capitato tra le mani un catalogo che riguardava sue pubblicazioni e documenti inerenti la cartofilia di cui egli è appassionato. Sono restato colpito dalla quantità di implicazioni e coinvolgimenti, più o meno diretti, da lui avuti. In quel catalogo vedevo tratteggiata la storia dell’arte contemporanea degli ultimi decenni, non solo maceratese, ma marchigiana, almeno.

Qui si stabilisce anche quale sia la sua generosità organizzativa (sua e di sua moglie Luciana che lo coadiuva con straordinaria dedizione). Un proselitismo “democratico”, il suo, sino all’eccesso. Quale formidabile scandaglio esso ha costituito per la conoscenza e l’inclusione nella sfera dell’arte di personalità sin lì inedite! Artisti e poeti, giovani e meno giovani, di formazione accademica o autodidatti; senza formalismi o graduatorie, come si usa quando c’è vera passione e militanza. Il suo primo comandamento è conoscere e far conoscere,ovvero scoprire e promuovere. Naturalmente egli ha ben presenti i parametri necessari a definire la qualità in arte, perché di questa conosce bene la storia;  e nel suo fare apparentemente distratto c’è sempre una assoluta consapevolezza e attenzione.

E veniamo ai suoi modi di fare arte. Fondamentale tra i suoi soggetti è il paesaggio, ritenuto primo ispiratore di ogni cosa, chiarissimo agli inizi, coloratissimo nel proseguo. Il colore scatena i suoi brividi; nel suo caso il colore è anche, spesso, materia. Poi vengono il segno e la forma.

La sua attività lo porterebbe ad essere incasellato in un sacco di generi e correnti artistiche. Innanzitutto l’Informale, ma poi anche l’arte povera, la performance, le istallazioni, quelle che con parola esotica vengono definite environment. Quanto alle tecniche, poi: disegno, pittura, scultura, collage, occasionalmente incisione,scenografia, ceramica, ecc. A tutto questo si aggiunge la sua passione collezionistica che lo coinvolge in altre attività e cose, dai documenti agli oggetti: libri, lettere, fotografie, costumi d’epoca, presepi (sua grande passione!). Un creativo, insomma, che vive la memoria nel senso più vero e vasto del termine!

Craia ha mantenuto uno spirito futurista relativamente al fare dinamico e al dinamismo espresso nelle opere stesse, ma anche riguardo ai titoli e ai temi scelti di volta in volta. Se gli proponi un titolo che gli piace il suo sguardo si illumina! Attratto dalle parole, coinvolge nello scoprirne di nuove poeti e scrittori d’arte: ne dico una che egli spende in ogni occasione: “For-mi-da-bi-le!”. Chi non glie l’ha sentita pronunciare più di una volta e con la dovuta enfasi?

Alcune immagini e filmati scattate e girati su di lui esprimono esemplarmente la sua personalità artistica meglio di qualsiasi parola ed anche la sua verve che definirei “catalessi”, o quantomeno “rapimento”. Alcune foto in studio che lo ritraggono circondato da un lavico assembramento di opere, sue e di altri; e alcuni dvd (uno realizzato per questa circostanza) che lo riprendono quando è intento a distendere il colore-materia sulla superficie della tela: un’orgia di voluttà! O quando “amoreggia” con le opere che hanno segnato la sua ricerca (le ormai notissime idrologie, i cerchi arrugginiti ricordo di una cultura agreste, le provacce di stampa, ecc.): davvero emozionante vederle quelle immagini! Opere d’arte esse stesse!

In casa mia, tra le tante sue opere, ce n’è una che vi descrivo a chiusura di questa testimonianza. Si tratta di una terracotta: non reca nessun segno di manipolazione; è presa dal panetto di argilla, così come tagliata da una lama, o semplicemente spezzata con la mano, poi passata al forno a 900 gradi ed oltre, e poggiata infine su una base “povera”, di cartone, recante la sua firma.  A mio modo di vedere, un atto di fede estremo e peculiare, che egli “innalza” alla bellezza della forma, alla natura che è madre di ogni forma e materia, e alla materia in quanto tale, ostentata “vergine” così come essa si offre al primo sguardo, epperò scelta con finissima sensibilità d’artista. Un oggetto disadorno e ieratico, ma eccezionalmente gagliardo in termini di espressività; un canto all’arte e alla creatività di ogni tempo e genere: linguaggio che aspira ed evoca l’universale.
  Lucio Del Gobbo        

 
    Associazione culturale "Alberto e Umberto Peschi" per le Arti Visive  - 62100 Macerata, via G.Verdi 10A;  email:  associazionepeschi@virgilio.it
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